convegno diocesano a Modena del 18.11.2017

convegno diocesano a Modena del 18.11.2017

Diaconato e corresponsabilità

24 novembre 2017/

di: Fabrizio Rinaldi

Questo articolo riprende nella sostanza l’intervento tenuto a Modena il 18 novembre 2017, in occasione del convegno diocesano sul diaconato permanente.[1]

Collaborazione e corresponsabilità

Quando parliamo di collaborazione, facciamo riferimento alla disponibilità e capacità di lavorare insieme, di mettere a disposizione le proprie capacità ed energie in spirito di servizio, in vista di realizzare un bene comune. Ma, nella collaborazione, la responsabilità è in genere di uno solo, il quale indica la direzione da seguire e (speriamo) ne spiega le ragioni. È un modello positivo, un modo per fare squadra e vivere il servizio in un orizzonte comunitario, superando le tentazioni individualiste che costantemente si ripropongono.

Quando parliamo di corresponsabilità, invece, intendiamo un processo comunitario molto più intenso, dove le persone non soltanto mettono a disposizione le proprie energie e capacità, ma sono coinvolte nell’elaborazione stessa di quanto si vuole fare. Si tratta, in sostanza, di vivere un percorso di discernimento comunitario, dove ciascuno è chiamato ad ascoltare, riflettere, pregare e dare il proprio contributo. In questo modo, la scelta che alla fine verrà presa e che si cercherà di realizzare sarà frutto del contributo di tutti e tutti ne saranno co-responsabili, cioè saranno in grado di rendere ragione di quanto si è deciso.

Perché ci sia un processo di corresponsabilità servono alcuni Elementi fondamentali:

– le persone coinvolte devono avere le informazioni fondamentali che riguardano il tema in oggetto e devono averle per tempo in modo da poter riflettere, confrontarsi e chiedere eventuali chiarimenti;

– le persone coinvolte devono poter esprimere liberamente la propria opinione e le proprie valutazioni, senza timore che un’eventuale divergenza sia avvertita da qualcuno come un’offesa personale o una minaccia alla comunione;

– le persone coinvolte devono essere realmente motivate dal desiderio di ascoltare le ragioni degli altri e questo vale sia per il leader del gruppo sia per i membri. Non è possibile un discernimento comunitario se preoccupazioni estranee (come il mettersi in mostra, l’avere l’ultima parola, il timore di sbagliare…) prevalgono sulla sincera ricerca di capire cosa è meglio. La fiducia nell’azione dello Spirito che guida la comunità è facile a dirsi, ma non sempre permea il cuore e l’animo dei cristiani (laici o ministri ordinati che siano).

  1. Un processo di corresponsabilità può portare a votazioni, ma non è sempre necessario. In certi casi, la decisione ultima spetta a chi presiede l’assemblea e sottoporre a votazione può risultare anche fuorviante. Ciò che realmente fa differenza tra un processo collaborativo e uno di corresponsabilità è che in quest’ultimo tutti i partecipanti sentono di essere stati realmente ascoltati con interesse, sentono di aver preso parte ad una riflessione comune e per questo si sentono responsabili nel dare un contributo di qualità.
  2. Quando si attiva un processo di corresponsabilità, ciò che emerge con sempre maggiore chiarezza sono le motivazioni di fondo che orientano la decisione finale in una direzione. Per questo, chi ha preso parte al processo è capace di cogliere le buone ragioni che sostengono quella decisione e può farla propria, anche se la sua valutazione personale suggeriva di andare in altra direzione.

La Chiesa italiana, nei suoi documenti ufficiali, che esprimono anche un sentire comune diffuso, ha parlato più volte di collaborazione, poi ha inserito il tema della corresponsabilità, poi ha fatto un passo indietro preferendo la collaborazione e ora di nuovo in avanti evoca la corresponsabilità.[2] Questo dice di una fatica a vivere la corresponsabilità: è una fatica reale che riguarda tutti. Per questo tante volte si proclama la corresponsabilità, ma in realtà non la si pratica e spesso nemmeno la si vuole per il timore di conflitti potenzialmente esplosivi o comunque perché non è facile sostenere un confronto con persone competenti.

Due esempi di finta corresponsabilità. Un parroco ripete spesso che il Consiglio affari economici deve essere corresponsabile delle decisioni che, per questo, vengono prese a maggioranza. Egli fornisce ai consiglieri il bilancio parrocchiale perché possano esprimere le loro valutazioni. In realtà però, nel bilancio non appare la parte patrimoniale e anche le voci di spesa della parte gestionale sono scritte in modo così generico da non permettere di capire bene quali scelte sono state fatte. Se a questo aggiungiamo che i consiglieri sono stati tutti nominati dal parroco e la maggioranza di loro non ha alcuna competenza in campo economico…

In una diocesi, il Consiglio presbiterale è chiamato a confrontarsi su un importante tema pastorale. Vengono fornite ai partecipanti delle schede preparatorie e, dopo una presentazione iniziale, ci sono lavori di gruppo, quindi i gruppi riportano in assemblea la sintesi delle loro riflessioni. Infine, viene distribuita a tutti una scheda riassuntiva con le conclusioni di questa giornata di studio e lavoro insieme. Soltanto che la scheda conclusiva era stata scritta e stampata la sera prima…

Vivere la corresponsabilità

Non si può attivare e vivere un processo di corresponsabilità su tutto. Informarsi, riflettere, confrontarsi e soppesare le questioni richiede tempo: a volte non l’abbiamo, altre volte non ne vale la pena. Inoltre, per dare un contributo di qualità, occorre una certa competenza sull’argomento, a meno di coinvolgere continuamente figure di mediatori.[3] In questi casi, è preferibile che ci sia uno che decide, magari dopo essersi confrontato con un ristretto numero di consiglieri, spieghi le ragioni di una scelta che è già presa e su quella si cerchi collaborazione.

Nei pochi ambiti dove, invece, si vuole attivare un discernimento comune, occorre superare alcune tentazioni. Ne richiamo due.

La prima è quella di trasformare il confronto in un conflitto per la supremazia, conflitto che facilmente si allarga ad ambiti che non c’entrano o che arriva a invadere il piano personale.

La seconda è quella di non prendere sul serio il proprio compito: a volte è il leader che ama comandare, ma altre sono i membri di un consiglio che amano delegare a lui la responsabilità e la fatica di informarsi, confrontarsi e discernere (papa Francesco: «il clericalismo è come un tango, lo si balla sempre in due»).

Entrare in un processo di corresponsabilità richiede dunque non solo tempo ed energie, ma anche la disponibilità a prendere parte con quelle specifiche persone a un’esperienza di Chiesa sinodale. È bene dirlo chiaramente quando si invita qualcuno a far parte di un consiglio o una commissione, in modo che possa decidere in modo consapevole e libero se accettare o meno l’invito: ti chiediamo di collaborare per realizzare alcune iniziative oppure ti chiediamo di coinvolgerti con noi per vivere insieme un cammino sinodale di discernimento?

Infine, una parola sulla trasparenza. Spesso non c’è necessità di nascondere le divergenze di opinione verso l’esterno. Trasmettere un’immagine di Chiesa dove tutti sono sempre unanimi nelle valutazioni è non solo inutile – prima o poi le divergenze si notano anche da fuori –, ma anche fuorviante. La comunità cristiana, infatti, è un segno per la sua capacità di mettersi in ascolto di ciò che lo Spirito suggerisce, anche mediante confronti franchi e sinceri, non perché al suo interno non ci sia spazio per opinioni differenti. Alcune divergenze quindi si possono tranquillamente ammettere a patto di mostrare, nei fatti e non solo a parole, come esse non divengono motivo per trascinare conflitti interminabili, muovere rivendicazioni o sabotare la realizzazione della decisione presa.

Diaconi permanenti e corresponsabilità

Il diaconato permanente, di norma, non è retribuito. Questa situazione comporta, nella maggioranza dei casi, che il diacono ha potuto dedicare soltanto un tempo residuale (quello che rimane dopo gli impegni familiari e lavorativi) alla sua formazione teologica e pastorale, come del resto può dedicare un tempo residuale al suo servizio ecclesiale.[4]

Dall’altro lato, la gratuità del suo agire lo rende segno evidente dello spirito di servizio che lo anima e pone la sua figura in una posizione intermedia, a metà via tra il presbitero retribuito e i tanti volontari che animano la vita ecclesiale.

Senza aprire la riflessione teologica su cosa è proprio del diacono, vorrei sottolineare che la valorizzazione della sua figura dipende da molti fattori, ma tra essi riveste un peso rilevante il modello di Chiesa che fa da riferimento, talvolta implicito, alle scelte pastorali. Più questo modello si richiama all’idea di un uomo solo al comando e più il diacono sarà ridotto ad un delegato del parroco o a un suo supplente. Più, invece, il modello di Chiesa che si intende perseguire è di tipo sinodale e più il diacono sarà chiamato e valorizzato anzitutto per i suoi carismi specifici e la sua capacità di promuovere uno stile di corresponsabilità all’interno della comunità. La differenza tra i due approcci è notevole ed emerge sia dalle scelte operative che vengono fatte, sia dallo stile con cui esse vengono pensate, comunicate e vissute.

Qualche esempio. Il diacono guida una liturgia della parola e tiene l’omelia. Lo fa soltanto quando il prete è ammalato (supplenza) oppure in diversi momenti durante l’anno liturgico in cui si è scelto di mettere a frutto un carisma presente nella comunità?

In occasione di una ricorrenza familiare, viene chiesto di celebrare una messa in una cappella privata; per l’inaugurazione di una nuova farmacia in paese viene chiesta una benedizione ufficiale; per la recita natalizia dei bimbi della scuola parrocchiale viene chiesto di guidare un momento di preghiera. È bene che vada sempre il parroco e, quando non può, il diacono (supplenza)? Oppure è bene che la comunità cristiana si faccia presente in modi diversi, valutando il tipo di richiesta e i carismi presenti (ad es. c’è un catechista bravissimo coi bambini)?

Strutture ecclesiali che finiscono e riscoperta dell’essenziale

Molte strutture ecclesiali hanno chiuso in questi anni e altre lo faranno nel prossimo futuro. Questo riguarda strutture fisiche per le quali non c’è più sostenibilità economica: ci sono chiese, oratori, scuole, parrocchie che non sono in grado nemmeno di sostenere le spese correnti.

Altre volte riguarda tradizioni e prassi pastorali che sono nate in un altro contesto culturale, sociale e religioso e che ora non incontrano più la sensibilità attuale. Ad esempio, ci sono processioni a cui partecipano poche decine di persone, spesso anziane e con difficoltà a camminare; celebrazioni così poco partecipate che il presidente si ritrova a dover leggere lui tutte le letture e intonare i canti…

Purtroppo, dalla mia esperienza devo dire che l’immaginario collettivo che rimane prevalente all’interno degli ambienti ecclesiali italiani è quello di una Chiesa coestesa al territorio e alla società. Certo, si è consapevoli che i cristiani praticanti sono una minoranza, ma ancora si ritiene che la quasi totalità delle persone in Italia sia battezzata e faccia battezzare i figli, poi li mandi al catechismo almeno fino alla prima comunione, poi ritorni negli ambienti ecclesiali in occasione di matrimoni e funerali di amici e parenti. Già oggi la realtà è ben diversa sotto tanti punti di vista. Ad esempio, sono molti coloro che decidono semplicemente di non sposarsi, così come sono numerosi coloro che non fanno nessuna celebrazione funebre per la morte di un parente (né civile né religiosa) o ancora quelli che non mandano il figlio a nessuna forma di catechesi.

Finché non si accetta la portata del cambiamento in atto, prevale la tendenza a ragionare in termini di conservazione dell’esistente, con servizi da offrire necessariamente al territorio e prassi ecclesiali (tradizioni) da sostenere. Così, si spendono molte energie nella ricerca di persone disponibili a collaborare per poter dare continuità a quanto si è fatto finora, rischiando di utilizzare la loro disponibilità per “coprire un buco”. In questa logica, i percorsi di corresponsabilità non possono svilupparsi realmente e si riducono soltanto ad una dichiarazione di intenti: infatti, se la risposta alla domanda su cosa ci suggerisce lo Spirito è già data (cioè dobbiamo mantenere tutte le prassi pastorali e le strutture esistenti), quale tipo di discernimento possiamo fare?

Per non farsi sopraffare dalle ansie e dalle delusioni legate al cambiamento in atto, è necessario migliorare la nostra capacità di riconoscere ciò che è essenziale alla vita spirituale ed ecclesiale, e distinguerlo da ciò che ne costituisce uno sviluppo legittimo ma secondario.[5] Su ciò che è essenziale (annuncio della Parola/formazione; carità/prossimità; liturgia/preghiera; missione e comunione) è importante attivare percorsi di corresponsabilità per discernere insieme le vie da percorrere. Anche in questo caso, sia lo stile che i contenuti dei nostri dibattiti rivelano se la comunità si sta interrogando sull’essenziale oppure preferisce deviare l’attenzione sulle questioni secondarie.

Dopo sei mesi di discussione sul fatto di celebrare la cresima dei ragazzi in prima o in seconda media, una catechista chiede: mediamente l’80% dei cresimati non frequenta più la parrocchia già un mese dopo la celebrazione, forse non dovremmo parlare di questo?

[1] Don Fabrizio Rinaldi è direttore dell’Istituto superiore di scienze religiose dell’Emilia e docente di teologia dogmatica presso il medesimo istituto, presso lo Studio teologico interdiocesano di Reggio Emilia e presso la Pontificia università gregoriana. [2] Cf ad esempio, Giovanni Paolo II, Pastores dabo vobis, 74; Congregazione del clero, Istruzione su alcune questioni circa la collaborazione dei fedeli laici …, 1997; Benedetto XVI, Discorso del 26 Maggio 2009. [3] Per includere in modo significativi dei “non esperti” in un processo di corresponsabilità servono mediatori che riassumano i temi in questione, e le varie proposte che via via si sviluppano, nelle loro linee portanti e le spieghino in un linguaggio semplice, in modo che tutti i partecipanti possano comprendere e fare le loro valutazioni. [4] I diaconi che sono in pensione hanno maggior tempo a disposizione, ma sono in una fase di vita dove le energie sono già in forte diminuzione. Se si aggiunge l’aumento progressivo dell’età pensionabile, è facile capire che anche questa situazione non togliere il carattere residuale della loro attività all’interno del panorama ecclesiale. [5] Cf. Papa Francesco, Evangelii gaudium, 33-35.223.

 

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La diaconia di Filippo verso lo straniero Accogliere, ascoltare e servireArea: Teol

 

 

 

 

 

 

 

 

Non è mai chiamato diacono, ma solo ministro delle mense e della Parola. La diaconia di Filippo, che qui cercheremo brevemente di ripercorrere, per due volte si confronta con lo straniero, dapprima con i samaritani e poi con un eunuco etiope.  L’accoglienza dello straniero segna la sua docilità all’azione dello Spirito e alla discreta irruzione della grazia e si lascia riconoscere nel graduale e costante abbassamento del discepolo, nella sua kenosi, che interpreta quell’ascolto e quel servizio così intimamente intessuti con la diaconia della Parola. Filippo è tra i sette uomini di «buona reputazione», «pieni di Spirito e di sapienza», incaricati dai dodici per servire alle mense (usato il verbo diekonein), in modo che essi si possano dedicare a tempo pieno alla preghiera e al servizio della Parola (diakonia tou logou; At 6,4). Poi tuttavia, dopo il martirio di Stefano, la persecuzione della Chiesa di Gerusalemme e la diaspora dei cristiani, Filippo, si ritrova in Samaria, in terra “straniera”, «a predicare il Cristo» (At 8,5).

Il testo dice che è sceso in Samaria, quando invece, trovandosi a Gerusalemme, sarebbe dovuto salire. Sottolineatura teologica per dire che chi annuncia la parola “scende”, è chiamato cioè a chinarsi e abbassarsi, per farsi servo e strumento, perché chi si umilia sarà esaltato (cf. Lc 14,11), chi scende poi sale. “Addetto” in un primo tempo alla diaconia delle mense, nella “missione samaritana” Filippo si dedica profondamente alla diaconia della Parola.

Annuncia il kerigma, «il Vangelo del regno di Dio e del nome di Gesù Cristo» (At 8,13) e le sue parole sono accompagnate da segni, esorcismi e guarigioni (il verbo usato è terapeuo 8,7), conversioni e battesimi. Appare evidente il ruolo di mediazione della persona del ministro della Parola, è detto infatti che molti «incominciarono a credere a Filippo» e poi si specifica che ciò avviene a motivo del suo annuncio.

C’è allora una cifra umana che consente alla Parola di farsi carne, e poi di riconoscerla come Parola di Dio. Quando il collegio degli apostoli viene a sapere che la Samaria ha accolto la Parola, invia Pietro e Giovanni, e anche loro scendono (katabaino) e pregano per i samaritani perché ricevano lo Spirito Santo. Note di ecclesiologia tipicamente lucana che pare così distinguere tra il dono dello Spirito, che nel battesimo è comunicato, e una sorta di confermazione nella fede, con annessa manifestazione dei doni dello Spirito, che invece richiede la presenza degli apostoli. Del resto anche oggi sono i Vescovi a presiedere le Cresime. Dopo la Samaria e i samaritani, Filippo è inviato a percorrere la strada che scende (ancora una volta si scende) da Gerusalemme a Gaza. Il clima è sempre quello della resurrezione, infatti a Filippo è detto “alzati” (da anastasis). La strada è deserta (eremo), e proprio qui un etiope, un altro straniero, è in viaggio su un carro.

Camminare nel tempo e nella storia con la luce, la forza e lo sguardo della resurrezione consente al discepolo delle due diaconie (mense e Parola), di riconoscere quei fratelli che sono alla ricerca del vero e autentico culto da rendere a Dio. L’etiope infatti era già stato a Gerusalemme, ma ciò gli aveva giovato solo in parte. Era ancora in ricerca, Filippo, gli corre innanzi, ed è invitato a salire (anabaino) e a sedersi, come fa chi serve mediante l’insegnamento.

Non si tratta però di una lezione frontale, ma di uno stare accanto. Si siede infatti vicino a lui, sul carro. Insegnamento itinerante, disponibilità del discepolo di Cristo ad essere sempre in cammino, e a condividere un tratto di strada con quanti, anche tra gli stranieri, cercano di rivolgere un culto a Dio. C’è infatti una ricerca spesso vanificata dalla mancanza di risposte adeguate o di ministri intessuti di Parola e ad essa così familiari da essere a loro volta custoditi e così presi in carico dalla sapienza che nella Parola abita e risplende.

L’Etiope è trovato mentre cerca di attingere alla mediazione delle Scritture d’Israele, e legge e rilegge un brano del profeta Isaia circa la sofferenza di un agnello che muto è condotto al macello. Chiaro riferimento cristologico che indica nella croce di Cristo quell’ermeneutica che può divenire materia di dialogo con gli stranieri e fra le religioni, esprimendo la prossimità di Dio verso ogni uomo.

Filippo gli spiega le Scritture partendo proprio dal passo e dal punto che egli stava leggendo (professando cioè l’unità delle Scritture in Cristo), poi tutti e due scendono nell’acqua, l’etiope è così battezzato ma Filippo “rapito” dallo Spirito del Signore, scompare dalla sua vista. “Movimento” che educa al senso autentico di ogni mediazione, fare incontrare Cristo e non frapporsi tra lui e quanti lo cercano.

 

Anche ad Emmaus Gesù scompare, dopo aver spiegato le Scritture e spezzato il pane dell’Eucarestia, lì per annunciare che adesso lo si dovrà riconoscere nella mediazione sacramentale, per dire che c’è una presenza mistica nella quale lo si può incontrare. Filippo ricorda a ogni discepolo e servitore quanto ebbe a dire il Battista: «Lui deve crescere; io, invece, diminuire» (Gv 3,30).

Indole diaconale di chi ha imparato a rendersi inevidente e similmente diaconia di ogni teologia che riesce a fare incontrare i cristiani con l’intelligenza della fede a partire dall’egemonia delle Scritture. Il servizio di Filippo, al quale erano state imposte le mani, indica che egli è depositario di una testimonianza ininterrotta, e che anche lui, per mezzo delle Scritture, può comunicare quello che hanno visto e creduto Pietro, Giovanni e gli altri apostoli.

Per questo può domandare all’eunuco: “Comprendi quello che leggi?” (cf. At 8,31). Il ministro della Parola non offre infatti la chiave di lettura del “secondo me”, ma quella del “secondo le Scritture”, rinviando quindi ad un’oggettività che lo sorpassa. È questo che fa la differenza e vince ogni pretesa o tentazione di autoreferenzialità.

Una testimonianza di fede che sia secondo le Scritture, katà tas grafas, può assurgere un ruolo interculturale, proponendosi come invito allo straniero che è in cerca di Dio, e che nel brano di Atti per bocca dell’etiope confessa che per comprendere le Scritture è necessaria una guida, una mediazione.

Compito che la chiesa rinvia ai suoi ministri, non affinché essi ricerchino nello straniero un nuovo proselito da conquistare ma perché imparino che accogliere, ascoltare e servire, sono forme che esprimono il proprio essere in Cristo. Azioni che trasudano di Parola, di quel Verbo che è offerto come possibilità di salvezza per tutti.

 

Giovanni Chifari 

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