convegno diocesano a Modena del 18.11.2017

convegno diocesano a Modena del 18.11.2017

Diaconato e corresponsabilità

24 novembre 2017/

di: Fabrizio Rinaldi

Questo articolo riprende nella sostanza l’intervento tenuto a Modena il 18 novembre 2017, in occasione del convegno diocesano sul diaconato permanente.[1]

Collaborazione e corresponsabilità

Quando parliamo di collaborazione, facciamo riferimento alla disponibilità e capacità di lavorare insieme, di mettere a disposizione le proprie capacità ed energie in spirito di servizio, in vista di realizzare un bene comune. Ma, nella collaborazione, la responsabilità è in genere di uno solo, il quale indica la direzione da seguire e (speriamo) ne spiega le ragioni. È un modello positivo, un modo per fare squadra e vivere il servizio in un orizzonte comunitario, superando le tentazioni individualiste che costantemente si ripropongono.

Quando parliamo di corresponsabilità, invece, intendiamo un processo comunitario molto più intenso, dove le persone non soltanto mettono a disposizione le proprie energie e capacità, ma sono coinvolte nell’elaborazione stessa di quanto si vuole fare. Si tratta, in sostanza, di vivere un percorso di discernimento comunitario, dove ciascuno è chiamato ad ascoltare, riflettere, pregare e dare il proprio contributo. In questo modo, la scelta che alla fine verrà presa e che si cercherà di realizzare sarà frutto del contributo di tutti e tutti ne saranno co-responsabili, cioè saranno in grado di rendere ragione di quanto si è deciso.

Perché ci sia un processo di corresponsabilità servono alcuni Elementi fondamentali:

– le persone coinvolte devono avere le informazioni fondamentali che riguardano il tema in oggetto e devono averle per tempo in modo da poter riflettere, confrontarsi e chiedere eventuali chiarimenti;

– le persone coinvolte devono poter esprimere liberamente la propria opinione e le proprie valutazioni, senza timore che un’eventuale divergenza sia avvertita da qualcuno come un’offesa personale o una minaccia alla comunione;

– le persone coinvolte devono essere realmente motivate dal desiderio di ascoltare le ragioni degli altri e questo vale sia per il leader del gruppo sia per i membri. Non è possibile un discernimento comunitario se preoccupazioni estranee (come il mettersi in mostra, l’avere l’ultima parola, il timore di sbagliare…) prevalgono sulla sincera ricerca di capire cosa è meglio. La fiducia nell’azione dello Spirito che guida la comunità è facile a dirsi, ma non sempre permea il cuore e l’animo dei cristiani (laici o ministri ordinati che siano).

  1. Un processo di corresponsabilità può portare a votazioni, ma non è sempre necessario. In certi casi, la decisione ultima spetta a chi presiede l’assemblea e sottoporre a votazione può risultare anche fuorviante. Ciò che realmente fa differenza tra un processo collaborativo e uno di corresponsabilità è che in quest’ultimo tutti i partecipanti sentono di essere stati realmente ascoltati con interesse, sentono di aver preso parte ad una riflessione comune e per questo si sentono responsabili nel dare un contributo di qualità.
  2. Quando si attiva un processo di corresponsabilità, ciò che emerge con sempre maggiore chiarezza sono le motivazioni di fondo che orientano la decisione finale in una direzione. Per questo, chi ha preso parte al processo è capace di cogliere le buone ragioni che sostengono quella decisione e può farla propria, anche se la sua valutazione personale suggeriva di andare in altra direzione.

La Chiesa italiana, nei suoi documenti ufficiali, che esprimono anche un sentire comune diffuso, ha parlato più volte di collaborazione, poi ha inserito il tema della corresponsabilità, poi ha fatto un passo indietro preferendo la collaborazione e ora di nuovo in avanti evoca la corresponsabilità.[2] Questo dice di una fatica a vivere la corresponsabilità: è una fatica reale che riguarda tutti. Per questo tante volte si proclama la corresponsabilità, ma in realtà non la si pratica e spesso nemmeno la si vuole per il timore di conflitti potenzialmente esplosivi o comunque perché non è facile sostenere un confronto con persone competenti.

Due esempi di finta corresponsabilità. Un parroco ripete spesso che il Consiglio affari economici deve essere corresponsabile delle decisioni che, per questo, vengono prese a maggioranza. Egli fornisce ai consiglieri il bilancio parrocchiale perché possano esprimere le loro valutazioni. In realtà però, nel bilancio non appare la parte patrimoniale e anche le voci di spesa della parte gestionale sono scritte in modo così generico da non permettere di capire bene quali scelte sono state fatte. Se a questo aggiungiamo che i consiglieri sono stati tutti nominati dal parroco e la maggioranza di loro non ha alcuna competenza in campo economico…

In una diocesi, il Consiglio presbiterale è chiamato a confrontarsi su un importante tema pastorale. Vengono fornite ai partecipanti delle schede preparatorie e, dopo una presentazione iniziale, ci sono lavori di gruppo, quindi i gruppi riportano in assemblea la sintesi delle loro riflessioni. Infine, viene distribuita a tutti una scheda riassuntiva con le conclusioni di questa giornata di studio e lavoro insieme. Soltanto che la scheda conclusiva era stata scritta e stampata la sera prima…

Vivere la corresponsabilità

Non si può attivare e vivere un processo di corresponsabilità su tutto. Informarsi, riflettere, confrontarsi e soppesare le questioni richiede tempo: a volte non l’abbiamo, altre volte non ne vale la pena. Inoltre, per dare un contributo di qualità, occorre una certa competenza sull’argomento, a meno di coinvolgere continuamente figure di mediatori.[3] In questi casi, è preferibile che ci sia uno che decide, magari dopo essersi confrontato con un ristretto numero di consiglieri, spieghi le ragioni di una scelta che è già presa e su quella si cerchi collaborazione.

Nei pochi ambiti dove, invece, si vuole attivare un discernimento comune, occorre superare alcune tentazioni. Ne richiamo due.

La prima è quella di trasformare il confronto in un conflitto per la supremazia, conflitto che facilmente si allarga ad ambiti che non c’entrano o che arriva a invadere il piano personale.

La seconda è quella di non prendere sul serio il proprio compito: a volte è il leader che ama comandare, ma altre sono i membri di un consiglio che amano delegare a lui la responsabilità e la fatica di informarsi, confrontarsi e discernere (papa Francesco: «il clericalismo è come un tango, lo si balla sempre in due»).

Entrare in un processo di corresponsabilità richiede dunque non solo tempo ed energie, ma anche la disponibilità a prendere parte con quelle specifiche persone a un’esperienza di Chiesa sinodale. È bene dirlo chiaramente quando si invita qualcuno a far parte di un consiglio o una commissione, in modo che possa decidere in modo consapevole e libero se accettare o meno l’invito: ti chiediamo di collaborare per realizzare alcune iniziative oppure ti chiediamo di coinvolgerti con noi per vivere insieme un cammino sinodale di discernimento?

Infine, una parola sulla trasparenza. Spesso non c’è necessità di nascondere le divergenze di opinione verso l’esterno. Trasmettere un’immagine di Chiesa dove tutti sono sempre unanimi nelle valutazioni è non solo inutile – prima o poi le divergenze si notano anche da fuori –, ma anche fuorviante. La comunità cristiana, infatti, è un segno per la sua capacità di mettersi in ascolto di ciò che lo Spirito suggerisce, anche mediante confronti franchi e sinceri, non perché al suo interno non ci sia spazio per opinioni differenti. Alcune divergenze quindi si possono tranquillamente ammettere a patto di mostrare, nei fatti e non solo a parole, come esse non divengono motivo per trascinare conflitti interminabili, muovere rivendicazioni o sabotare la realizzazione della decisione presa.

Diaconi permanenti e corresponsabilità

Il diaconato permanente, di norma, non è retribuito. Questa situazione comporta, nella maggioranza dei casi, che il diacono ha potuto dedicare soltanto un tempo residuale (quello che rimane dopo gli impegni familiari e lavorativi) alla sua formazione teologica e pastorale, come del resto può dedicare un tempo residuale al suo servizio ecclesiale.[4]

Dall’altro lato, la gratuità del suo agire lo rende segno evidente dello spirito di servizio che lo anima e pone la sua figura in una posizione intermedia, a metà via tra il presbitero retribuito e i tanti volontari che animano la vita ecclesiale.

Senza aprire la riflessione teologica su cosa è proprio del diacono, vorrei sottolineare che la valorizzazione della sua figura dipende da molti fattori, ma tra essi riveste un peso rilevante il modello di Chiesa che fa da riferimento, talvolta implicito, alle scelte pastorali. Più questo modello si richiama all’idea di un uomo solo al comando e più il diacono sarà ridotto ad un delegato del parroco o a un suo supplente. Più, invece, il modello di Chiesa che si intende perseguire è di tipo sinodale e più il diacono sarà chiamato e valorizzato anzitutto per i suoi carismi specifici e la sua capacità di promuovere uno stile di corresponsabilità all’interno della comunità. La differenza tra i due approcci è notevole ed emerge sia dalle scelte operative che vengono fatte, sia dallo stile con cui esse vengono pensate, comunicate e vissute.

Qualche esempio. Il diacono guida una liturgia della parola e tiene l’omelia. Lo fa soltanto quando il prete è ammalato (supplenza) oppure in diversi momenti durante l’anno liturgico in cui si è scelto di mettere a frutto un carisma presente nella comunità?

In occasione di una ricorrenza familiare, viene chiesto di celebrare una messa in una cappella privata; per l’inaugurazione di una nuova farmacia in paese viene chiesta una benedizione ufficiale; per la recita natalizia dei bimbi della scuola parrocchiale viene chiesto di guidare un momento di preghiera. È bene che vada sempre il parroco e, quando non può, il diacono (supplenza)? Oppure è bene che la comunità cristiana si faccia presente in modi diversi, valutando il tipo di richiesta e i carismi presenti (ad es. c’è un catechista bravissimo coi bambini)?

Strutture ecclesiali che finiscono e riscoperta dell’essenziale

Molte strutture ecclesiali hanno chiuso in questi anni e altre lo faranno nel prossimo futuro. Questo riguarda strutture fisiche per le quali non c’è più sostenibilità economica: ci sono chiese, oratori, scuole, parrocchie che non sono in grado nemmeno di sostenere le spese correnti.

Altre volte riguarda tradizioni e prassi pastorali che sono nate in un altro contesto culturale, sociale e religioso e che ora non incontrano più la sensibilità attuale. Ad esempio, ci sono processioni a cui partecipano poche decine di persone, spesso anziane e con difficoltà a camminare; celebrazioni così poco partecipate che il presidente si ritrova a dover leggere lui tutte le letture e intonare i canti…

Purtroppo, dalla mia esperienza devo dire che l’immaginario collettivo che rimane prevalente all’interno degli ambienti ecclesiali italiani è quello di una Chiesa coestesa al territorio e alla società. Certo, si è consapevoli che i cristiani praticanti sono una minoranza, ma ancora si ritiene che la quasi totalità delle persone in Italia sia battezzata e faccia battezzare i figli, poi li mandi al catechismo almeno fino alla prima comunione, poi ritorni negli ambienti ecclesiali in occasione di matrimoni e funerali di amici e parenti. Già oggi la realtà è ben diversa sotto tanti punti di vista. Ad esempio, sono molti coloro che decidono semplicemente di non sposarsi, così come sono numerosi coloro che non fanno nessuna celebrazione funebre per la morte di un parente (né civile né religiosa) o ancora quelli che non mandano il figlio a nessuna forma di catechesi.

Finché non si accetta la portata del cambiamento in atto, prevale la tendenza a ragionare in termini di conservazione dell’esistente, con servizi da offrire necessariamente al territorio e prassi ecclesiali (tradizioni) da sostenere. Così, si spendono molte energie nella ricerca di persone disponibili a collaborare per poter dare continuità a quanto si è fatto finora, rischiando di utilizzare la loro disponibilità per “coprire un buco”. In questa logica, i percorsi di corresponsabilità non possono svilupparsi realmente e si riducono soltanto ad una dichiarazione di intenti: infatti, se la risposta alla domanda su cosa ci suggerisce lo Spirito è già data (cioè dobbiamo mantenere tutte le prassi pastorali e le strutture esistenti), quale tipo di discernimento possiamo fare?

Per non farsi sopraffare dalle ansie e dalle delusioni legate al cambiamento in atto, è necessario migliorare la nostra capacità di riconoscere ciò che è essenziale alla vita spirituale ed ecclesiale, e distinguerlo da ciò che ne costituisce uno sviluppo legittimo ma secondario.[5] Su ciò che è essenziale (annuncio della Parola/formazione; carità/prossimità; liturgia/preghiera; missione e comunione) è importante attivare percorsi di corresponsabilità per discernere insieme le vie da percorrere. Anche in questo caso, sia lo stile che i contenuti dei nostri dibattiti rivelano se la comunità si sta interrogando sull’essenziale oppure preferisce deviare l’attenzione sulle questioni secondarie.

Dopo sei mesi di discussione sul fatto di celebrare la cresima dei ragazzi in prima o in seconda media, una catechista chiede: mediamente l’80% dei cresimati non frequenta più la parrocchia già un mese dopo la celebrazione, forse non dovremmo parlare di questo?

[1] Don Fabrizio Rinaldi è direttore dell’Istituto superiore di scienze religiose dell’Emilia e docente di teologia dogmatica presso il medesimo istituto, presso lo Studio teologico interdiocesano di Reggio Emilia e presso la Pontificia università gregoriana. [2] Cf ad esempio, Giovanni Paolo II, Pastores dabo vobis, 74; Congregazione del clero, Istruzione su alcune questioni circa la collaborazione dei fedeli laici …, 1997; Benedetto XVI, Discorso del 26 Maggio 2009. [3] Per includere in modo significativi dei “non esperti” in un processo di corresponsabilità servono mediatori che riassumano i temi in questione, e le varie proposte che via via si sviluppano, nelle loro linee portanti e le spieghino in un linguaggio semplice, in modo che tutti i partecipanti possano comprendere e fare le loro valutazioni. [4] I diaconi che sono in pensione hanno maggior tempo a disposizione, ma sono in una fase di vita dove le energie sono già in forte diminuzione. Se si aggiunge l’aumento progressivo dell’età pensionabile, è facile capire che anche questa situazione non togliere il carattere residuale della loro attività all’interno del panorama ecclesiale. [5] Cf. Papa Francesco, Evangelii gaudium, 33-35.223.

 

§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§

La diaconia di Filippo verso lo straniero Accogliere, ascoltare e servireArea: Teol

 

 

 

 

 

 

 

 

Non è mai chiamato diacono, ma solo ministro delle mense e della Parola. La diaconia di Filippo, che qui cercheremo brevemente di ripercorrere, per due volte si confronta con lo straniero, dapprima con i samaritani e poi con un eunuco etiope.  L’accoglienza dello straniero segna la sua docilità all’azione dello Spirito e alla discreta irruzione della grazia e si lascia riconoscere nel graduale e costante abbassamento del discepolo, nella sua kenosi, che interpreta quell’ascolto e quel servizio così intimamente intessuti con la diaconia della Parola. Filippo è tra i sette uomini di «buona reputazione», «pieni di Spirito e di sapienza», incaricati dai dodici per servire alle mense (usato il verbo diekonein), in modo che essi si possano dedicare a tempo pieno alla preghiera e al servizio della Parola (diakonia tou logou; At 6,4). Poi tuttavia, dopo il martirio di Stefano, la persecuzione della Chiesa di Gerusalemme e la diaspora dei cristiani, Filippo, si ritrova in Samaria, in terra “straniera”, «a predicare il Cristo» (At 8,5).

Il testo dice che è sceso in Samaria, quando invece, trovandosi a Gerusalemme, sarebbe dovuto salire. Sottolineatura teologica per dire che chi annuncia la parola “scende”, è chiamato cioè a chinarsi e abbassarsi, per farsi servo e strumento, perché chi si umilia sarà esaltato (cf. Lc 14,11), chi scende poi sale. “Addetto” in un primo tempo alla diaconia delle mense, nella “missione samaritana” Filippo si dedica profondamente alla diaconia della Parola.

Annuncia il kerigma, «il Vangelo del regno di Dio e del nome di Gesù Cristo» (At 8,13) e le sue parole sono accompagnate da segni, esorcismi e guarigioni (il verbo usato è terapeuo 8,7), conversioni e battesimi. Appare evidente il ruolo di mediazione della persona del ministro della Parola, è detto infatti che molti «incominciarono a credere a Filippo» e poi si specifica che ciò avviene a motivo del suo annuncio.

C’è allora una cifra umana che consente alla Parola di farsi carne, e poi di riconoscerla come Parola di Dio. Quando il collegio degli apostoli viene a sapere che la Samaria ha accolto la Parola, invia Pietro e Giovanni, e anche loro scendono (katabaino) e pregano per i samaritani perché ricevano lo Spirito Santo. Note di ecclesiologia tipicamente lucana che pare così distinguere tra il dono dello Spirito, che nel battesimo è comunicato, e una sorta di confermazione nella fede, con annessa manifestazione dei doni dello Spirito, che invece richiede la presenza degli apostoli. Del resto anche oggi sono i Vescovi a presiedere le Cresime. Dopo la Samaria e i samaritani, Filippo è inviato a percorrere la strada che scende (ancora una volta si scende) da Gerusalemme a Gaza. Il clima è sempre quello della resurrezione, infatti a Filippo è detto “alzati” (da anastasis). La strada è deserta (eremo), e proprio qui un etiope, un altro straniero, è in viaggio su un carro.

Camminare nel tempo e nella storia con la luce, la forza e lo sguardo della resurrezione consente al discepolo delle due diaconie (mense e Parola), di riconoscere quei fratelli che sono alla ricerca del vero e autentico culto da rendere a Dio. L’etiope infatti era già stato a Gerusalemme, ma ciò gli aveva giovato solo in parte. Era ancora in ricerca, Filippo, gli corre innanzi, ed è invitato a salire (anabaino) e a sedersi, come fa chi serve mediante l’insegnamento.

Non si tratta però di una lezione frontale, ma di uno stare accanto. Si siede infatti vicino a lui, sul carro. Insegnamento itinerante, disponibilità del discepolo di Cristo ad essere sempre in cammino, e a condividere un tratto di strada con quanti, anche tra gli stranieri, cercano di rivolgere un culto a Dio. C’è infatti una ricerca spesso vanificata dalla mancanza di risposte adeguate o di ministri intessuti di Parola e ad essa così familiari da essere a loro volta custoditi e così presi in carico dalla sapienza che nella Parola abita e risplende.

L’Etiope è trovato mentre cerca di attingere alla mediazione delle Scritture d’Israele, e legge e rilegge un brano del profeta Isaia circa la sofferenza di un agnello che muto è condotto al macello. Chiaro riferimento cristologico che indica nella croce di Cristo quell’ermeneutica che può divenire materia di dialogo con gli stranieri e fra le religioni, esprimendo la prossimità di Dio verso ogni uomo.

Filippo gli spiega le Scritture partendo proprio dal passo e dal punto che egli stava leggendo (professando cioè l’unità delle Scritture in Cristo), poi tutti e due scendono nell’acqua, l’etiope è così battezzato ma Filippo “rapito” dallo Spirito del Signore, scompare dalla sua vista. “Movimento” che educa al senso autentico di ogni mediazione, fare incontrare Cristo e non frapporsi tra lui e quanti lo cercano.

 

Anche ad Emmaus Gesù scompare, dopo aver spiegato le Scritture e spezzato il pane dell’Eucarestia, lì per annunciare che adesso lo si dovrà riconoscere nella mediazione sacramentale, per dire che c’è una presenza mistica nella quale lo si può incontrare. Filippo ricorda a ogni discepolo e servitore quanto ebbe a dire il Battista: «Lui deve crescere; io, invece, diminuire» (Gv 3,30).

Indole diaconale di chi ha imparato a rendersi inevidente e similmente diaconia di ogni teologia che riesce a fare incontrare i cristiani con l’intelligenza della fede a partire dall’egemonia delle Scritture. Il servizio di Filippo, al quale erano state imposte le mani, indica che egli è depositario di una testimonianza ininterrotta, e che anche lui, per mezzo delle Scritture, può comunicare quello che hanno visto e creduto Pietro, Giovanni e gli altri apostoli.

Per questo può domandare all’eunuco: “Comprendi quello che leggi?” (cf. At 8,31). Il ministro della Parola non offre infatti la chiave di lettura del “secondo me”, ma quella del “secondo le Scritture”, rinviando quindi ad un’oggettività che lo sorpassa. È questo che fa la differenza e vince ogni pretesa o tentazione di autoreferenzialità.

Una testimonianza di fede che sia secondo le Scritture, katà tas grafas, può assurgere un ruolo interculturale, proponendosi come invito allo straniero che è in cerca di Dio, e che nel brano di Atti per bocca dell’etiope confessa che per comprendere le Scritture è necessaria una guida, una mediazione.

Compito che la chiesa rinvia ai suoi ministri, non affinché essi ricerchino nello straniero un nuovo proselito da conquistare ma perché imparino che accogliere, ascoltare e servire, sono forme che esprimono il proprio essere in Cristo. Azioni che trasudano di Parola, di quel Verbo che è offerto come possibilità di salvezza per tutti.

 

Giovanni Chifari 

8.1.17 Giorgio Franco accolito a Montechiaro

 

 

ACCOLITO

L’Accolito

L’Accolito è istituito per aiutare il Diacono e per fare da ministro al Sacerdote. È dunque suo compito curare il servizio dell’altare, aiutare il Diacono e il Sacerdote nelle azioni liturgiche, specialmente nella celebrazione della Santa Messa; inoltre, distribuire, come ministro straordinario, la Santa Comunione tutte le volte che i ministri non vi sono o non possono farlo per malattia, per l’età avanzata o perché impediti da altro ministero pastorale, oppure tutte le volte che il numero dei fedeli, i quali si accostano alla Sacra Mensa, è tanto elevato che la celebrazione della Santa Messa si protrarrebbe troppo a lungo. Nelle medesime circostanze straordinarie potrà essere incaricato di esporre pubblicamente all’adorazione dei fedeli il Sacramento della Santissima Eucaristia e poi di riporlo; ma non di benedire il popolo. Potrà anche – in quanto sia necessario – curare l’istruzione degli altri fedeli, i quali, per incarico temporaneo, aiutano il Diacono e il sacerdote nelle azioni liturgiche portando il messale, la croce, i ceri ecc., o compiendo altri simili uffici. Egli eserciterà tanto più degnamente questi compiti, se parteciperà alla Santissima Eucaristia con una pietà sempre più ardente, si nutrirà di essa e ne acquisterà una sempre più profonda conoscenza.

L’Accolito, destinato in modo speciale al servizio dell’altare, apprenda tutte quelle nozioni che riguardano il culto pubblico divino e si sforzi di comprenderne l’intimo e spirituale significato: in tal modo potrà offrirsi, ogni giorno, completamente a Dio ed essere, nel tempio, di esempio a tutti per il suo comportamento serio e rispettoso, e avere inoltre un sincero amore per il corpo mistico di Cristo, o popolo di Dio, e specialmente per i deboli e i malati.

L’istituzione del Lettore e dell’Accolito, secondo la veneranda tradizione della Chiesa, è riservata agli uomini.

accolito Giorgio Franco a montechiaro

Giubileo dei diaconi

 

VEDERE ANCHE:   diacono      Il Giubileo in Vaticano     disponibilità

TUTTA L’OMELIA DEL PAPA >>  GiubileoDiaconiOmeliahttp://it.radiovaticana.va/news/2016/05/29/papa_a_diaconi_a_servizio_di_dio_non_della_vostra_agenda/1233291

 

29/05/2016 11:21

Papa a diaconi: siate a servizio di Dio non della vostra agenda

Messa in Piazza San Pietro per il Giubileo dei diaconi - AFP

Messa in Piazza San Pietro per il Giubileo dei diaconi – AFP

29/05/2016 11:21

Ogni diacono è insieme un apostolo e un servitore: mai “schiavo” dell’agenda dei suoi impegni e sempre capace di “trascurare gli orari” per aprire tempi e spazi ai fratelli, secondo lo stile di Dio improntato alla “mitezza”. È il pensiero che Papa Francesco ha espresso all’omelia della Messa presieduta in Piazza San Pietro nel giorno del Giubileo dei diaconi. Vivendo così, ha detto loro il Papa, il vostro servizio “sarà evangelicamente fecondo”. Il servizio di Alessandro De Carolis:

Uomini a servizio, disponibili e miti, perché Gesù lo è stato per primo. La vocazione, anzi l’ambizione del diacono – afferma Papa – non può essere diversa da questa. Servitore di tutti, del fratello atteso e di quello non previsto, elastico nell’accogliere e fare spazio a chi ha bisogno, non un burocrate del sacro per cui anche la carità, la vita parrocchiale, sono regolate da un orario di servizio.

Vita cristiana, vita di servizio
Sotto le nuvole di una primavera del tutto umorale, che vela a lungo di grigio la folla in Piazza San Pietro, centinaia di stole diagonali sono schierate davanti e di fianco all’altare per il loro Giubileo della misericordia. Francesco ricorda con le parole di un Padre della Chiesa che il primo “diacono di tutti” è stato Cristo e che lo stesso San Paolo, scrivendo ai Galati, si presenta sia come “apostolo” che come “servitore”. “Sono due facce della stessa medaglia”, osserva il Papa, perché “chi annuncia Gesù è chiamato a servire e chi serve annuncia Gesù”:

“Il discepolo di Gesù non può andare su una strada diversa da quella del Maestro, ma se vuole annunciare deve imitarlo, come ha fatto Paolo: ambire a diventare servitore. In altre parole, se evangelizzare è la missione consegnata a ogni cristiano nel Battesimo, servire è lo stile con cui vivere la missione, l’unico modo di essere discepolo di Gesù. È suo testimone chi fa come Lui: chi serve i fratelli e le sorelle, senza stancarsi di Cristo umile, senza stancarsi della vita cristiana che è vita di servizio”.

Aperti alle sorprese di Dio
Per riuscire in questa missione è necessario, indica il Papa, un allenamento quotidiano alla “disponibilità”, a donare la vita. “Chi serve – sottolinea Francesco – non è un custode geloso del proprio tempo, anzi rinuncia ad essere il padrone della propria giornata”:

“Chi serve non è schiavo dell’agenda che stabilisce, ma, docile di cuore, è disponibile al non programmato: pronto per il fratello e aperto all’imprevisto, che non manca mai e spesso è la sorpresa quotidiana di Dio. Il servitore è aperto alla sorpresa, alle sorprese quotidiane di Dio”.

“Trascurare gli orari”
Il servitore, prosegue, sa servire senza badare al “tornaconto”, aprendo “le porte del suo tempo e dei suoi spazi a chi gli sta vicino e anche a chi bussa fuori orario, a costo di interrompere qualcosa che gli piace o il riposo che si merita”. E qui, Francesco stacca gli occhi dai fogli dell’omelia per ripetere una considerazione che per lui è come una spina nel cuore:

“Il servitore trascura gli orari. A me fa male al cuore quando vedo orario – nelle parrocchie – da tal ora a tal ora. Poi? Non c’è porta aperta, non c’è prete, non c’è diacono, non c’è laico che riceva la gente … Questo fa male. Trascurare gli orari: avere questo coraggio, di trascurare gli orari”.

Lo stile della mitezza
Il Vangelo è pieno di storie di padroni e servitori. Nel brano liturgico del giorno spicca la vicenda del centurione che implora da Gesù la guarigione di un servo a lui caro. A colpire, nota Francesco, è l’estrema delicatezza con cui un ufficiale dell’esercito romano si premura di non disturbare il Maestro, affermando che com’è sufficiente per lui dare un ordine sapendo che verrà eseguito, anche per Gesù sarà lo stesso:

“Davanti a queste parole Gesù rimane ammirato. Lo colpisce la grande umiltà del centurione, la sua mitezza. E la mitezza è una delle virtù dei diaconi… Quando il diacono è mite, è servitore e non gioca a scimmiottare i preti, no, no… è mite. Egli, di fronte al problema che lo affliggeva, avrebbe potuto agitarsi e pretendere di essere esaudito, facendo valere la sua autorità; avrebbe potuto convincere con insistenza, persino costringere Gesù a recarsi a casa sua. Invece si fa piccolo, discreto, mite, non alza la voce e non vuole disturbare. Si comporta, forse senza saperlo, secondo lo stile di Dio, che è ‘mite e umile di cuore’”.

Mai sgridare
Questi, conclude il Papa, “sono anche i tratti miti e umili del servizio cristiano, che è imitare Dio servendo gli altri: accogliendoli con amore paziente, comprendendoli senza stancarci, facendoli sentire accolti, a casa, nella comunità ecclesiale, dove non è grande chi comanda, ma chi serve. E – soggiunge – mai sgridare: mai!”:

“Ciascuno di noi è molto caro a Dio, amato e scelto da lui, ed è chiamato a servire, ma ha anzitutto bisogno di essere guarito interiormente. Per essere abili al servizio, ci occorre la salute del cuore: un cuore risanato da Dio, che si senta perdonato e non sia né chiuso né duro (…) Cari diaconi, potete domandare ogni giorno questa grazia nella preghiera, in una preghiera dove presentare le fatiche, gli imprevisti, le stanchezze e le speranze: una preghiera vera, che porti la vita al Signore e il Signore nella vita”.

Grande gioia in Piazza San Pietro per la Messa nel giorno del Giubileo dei diaconi. Tre le parole del Papa che sono rimaste nel cuore dei numerosi diaconi presenti: servizio, mitezza e disponibilità. Marina Tomarro ha raccolto alcune testimonianze:

  R. – La nostra vita va declinata tutta su questi tre cardini; ci rimane spesso poco tempo ma dedichiamo tutto quel tempo al servizio, senza pensare se si fa tardi la sera, se si rinuncia magari ad un po’ di tempo per stare con gli amici … Il Signore ti chiede e ci chiede di essere portatori positivi di pace e di amore, e senza orologio …

R. – Questo deve caratterizzare la nostra vita quotidiana: in famiglia, in parrocchia, sul posto di lavoro, dappertutto!

D. – Lei è sposato?

R. – Sì: sposato, con figli.

D. – In che modo riesce a conciliare anche la vita familiare con il servizio di diaconato?

R. – Riesco a conciliarla nella misura in cui la mia famiglia mi è vicina: ed è molto vicina! Senza la mia famiglia non avrei mai potuto fare nulla di quello che sto facendo.

R. – Essere presenti, incontrare, accompagnare, amare: tutto in queste tre parole di carità.

R. – L’esempio me lo dà Papa Francesco, su come devo svolgere il mio servizio nella Chiesa. Quindi, quello che ha detto oggi è scritto nel mio cuore: non devo fare altro che perseverare in tutto questo.

D. – Lei è sposato?

R. – Sì.

D. – In che modo concilia anche la vita familiare con il servizio di diaconato?

R. – Io sono un architetto e da dieci anni sono diacono permanente in un contesto particolare che è un ospedale neuropsichiatrico di Limbiate, dove ci sono tanti fratelli che vivono una situazione particolare. Concilio tutto questo grazie all’aiuto e alla collaborazione anche di mia moglie, che mi aiuta molto nel ministero, oltre che nel lavoro: ci aiutiamo reciprocamente.

D. – Da dove venite?

R. – Dal Paraguay.

D. – Cosa vuol dire essere diacono?

R. – Servidor al pobre, al proximo, al enfermo, a todos ellos.

Servitore del povero, del prossimo, del malato, di tutti loro …

R. – Io, dopo 29 anni di diaconato, penso proprio di aver riassunto la vita del diacono: la disponibilità, il senza-orario, l’amore, l’umiltà.

D. – Cosa vuol dire essere moglie di un diacono?

R. – Eh … sono 29 anni … lui fa il diacono, e tutta la famiglia appresso a lui. E’ aiutato molto dalla famiglia.

R. – Più che il diacono singolo, è la famiglia diaconale, perché l’impegno è della famiglia.

29/05/2016 11:21
§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§

Da:  ufficipastorali [ufficipastorali@diocesidiasti.it]
Inviato:  lunedì 30/05/2016 11:38

Mi permetto inviarVi alcuni articoli riguardanti il diaconato scaricati da alcuni siti in occasione del Giubileo dei diaconi permanenti.
 
Fraternamente   diac. Pier Luigi

________________________________________________________________________________________

Vaticano I saluti del Santo Padre prima dell’Angelus (a cura Redazione “Il Sismografo”)

“I bambini siriani invitano i bambini di tutto il mondo ad unirsi alla loro preghiera per la pace”. Al termine di questa celebrazione desidero rivolgere uno speciale saluto a voi, cari Diaconi, venuti dall’Italia e da diversi Paesi. Grazie della vostra presenza oggi, ma soprattutto della vostra presenza nella Chiesa!

Saluto tutti i pellegrini, in particolare l’Associazione europea degli Schützen storici; i partecipanti al “Cammino del Perdono” promosso dal Movimento Celestiniano; e l’Associazione Nazionale per la Tutela delle Energie Rinnovabili, impegnata in un’opera di educazione alla cura del creato.

Ricordo inoltre l’odierna Giornata Nazionale del Sollievo, finalizzata ad aiutare le persone a vivere bene la fase finale dell’esistenza terrena; come pure il tradizionale pellegrinaggio che si compie oggi in Polonia al Santuario mariano di Piekary: la Madre della Misericordia sostenga le famiglie e i giovani in cammino verso la Giornata Mondiale di Cracovia.

Mercoledì prossimo, 1° giugno, in occasione della Giornata Internazionale del Bambino, le comunità cristiane della Siria, sia cattoliche che ortodosse, vivranno insieme una speciale preghiera per la pace, che avrà come protagonisti proprio i bambini. I bambini siriani invitano i bambini di tutto il mondo ad unirsi alla loro preghiera per la pace.

Invochiamo per queste intenzioni l’intercessione della Vergine Maria, mentre affidiamo a lei la vita e il ministero di tutti i Diaconi del mondo.

Angelus Domini

 

Vaticano Santa Messa in occasione del Giubileo dei Diaconi. Omelia del Santo Padre: “Dio che è amore, per amore si spinge persino a servirci: con noi è paziente, benevolo, sempre pronto e ben disposto, soffre per i nostri sbagli e cerca la via per aiutarci e renderci migliori. Questi sono anche i tratti miti e umili del servizio cristiano

Alle ore 10.30 di oggi, IX Domenica del Tempo Ordinario, il Santo Padre Francesco celebra la Santa Messa sul Sagrato della Basilica Vaticana, in occasione del Giubileo dei Diaconi. Nel corso della celebrazione, dopo la proclamazione del Vangelo, il Papa tiene la seguente omelia:

Omelia del Santo Padre «Servitore di Cristo» (Gal 1,10). Abbiamo ascoltato questa espressione, con la quale l’Apostolo Paolo si definisce, scrivendo ai Galati. All’inizio della lettera si era presentato come «apostolo», per volontà del Signore Gesù (cfr Gal 1,1). I due termini, apostolo e servitore, stanno insieme, non possono mai essere separati; sono come due facce di una stessa medaglia: chi annuncia Gesù è chiamato a servire e chi serve annuncia Gesù. Il Signore ce l’ha mostrato per primo: Egli, la Parola del Padre, Egli, che ci ha portato il lieto annuncio (Is 61,1), Egli, che è in sé stesso il lieto annuncio (cfr Lc 4,18), si è fatto nostro servo (Fil 2,7), «non è venuto per farsi servire, ma per servire» (Mc 10,45). «Si è fatto diacono di tutti», scriveva un Padre della Chiesa (Policarpo, Ad Phil. V,2). Come ha fatto Lui, così sono chiamati a fare i suoi annunciatori. Il discepolo di Gesù non può andare su una strada diversa da quella del Maestro, ma se vuole annunciare deve imitarlo, come ha fatto Paolo: ambire a diventare servitore. In altre parole, se evangelizzare è la missione consegnata a ogni cristiano nel Battesimo, servire è lo stile con cui vivere la missione, l’unico modo di essere discepolo di Gesù. È suo testimone chi fa come Lui: chi serve i fratelli e le sorelle, senza stancarsi di Cristo umile, senza stancarsi della vita cristiana che è vita di servizio. Da dove cominciare per diventare «servi buoni e fedeli» (cfr Mt 25,21)? Come primo passo, siamo invitati a vivere la disponibilità. Il servitore ogni giorno impara a distaccarsi dal disporre tutto per sé e dal disporre di sé come vuole. Si allena ogni mattina a donare la vita, a pensare che ogni giorno non sarà suo, ma sarà da vivere come una consegna di sé. Chi serve, infatti, non è un custode geloso del proprio tempo, anzi rinuncia ad essere il padrone della propria giornata. Sa che il tempo che vive non gli appartiene, ma è un dono che riceve da Dio per offrirlo a sua volta: solo così porterà veramente frutto. Chi serve non è schiavo dell’agenda che stabilisce, ma, docile di cuore, è disponibile al non programmato: pronto per il fratello e aperto all’imprevisto, che non manca mai e spesso è la sorpresa quotidiana di Dio. Il servitore aperto alle sorprese quotidiane di Dio. Il servitore sa aprire le porte del suo tempo e dei suoi spazi a chi gli sta vicino e anche a chi bussa fuori orario, a costo di interrompere qualcosa che gli piace o il riposo che si merita. (…) Così, cari diaconi, vivendo nella disponibilità, il vostro servizio sarà privo di ogni tornaconto ed evangelicamente fecondo. Anche il Vangelo odierno ci parla di servizio, mostrandoci due servitori, da cui possiamo trarre preziosi insegnamenti: il servo del centurione, che viene guarito da Gesù, e il centurione stesso, al servizio dell’imperatore. Le parole che questi manda a riferire a Gesù, perché non venga fino a casa sua, sono sorprendenti e sono spesso il contrario delle nostre preghiere: «Signore, non disturbarti! Io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto» (Lc 7,6); «non mi sono ritenuto degno di venire da te» (v. 7); «anch’io infatti sono nella condizione di subalterno» (v. 8). Davanti a queste parole Gesù rimane ammirato. Lo colpisce la grande umiltà del centurione, la sua mitezza. (…) Egli, di fronte al problema che lo affliggeva, avrebbe potuto agitarsi e pretendere di essere esaudito, facendo valere la sua autorità; avrebbe potuto convincere con insistenza, persino costringere Gesù a recarsi a casa sua. Invece si fa piccolo, discreto, mite, non alza la voce e non vuole disturbare. Si comporta, forse senza saperlo, secondo lo stile di Dio, che è «mite e umile di cuore» (Mt 11,29). Dio infatti, che è amore, per amore si spinge persino a servirci: con noi è paziente, benevolo, sempre pronto e ben disposto, soffre per i nostri sbagli e cerca la via per aiutarci e renderci migliori. Questi sono anche i tratti miti e umili del servizio cristiano, che è imitare Dio servendo gli altri: accogliendoli con amore paziente, comprendendoli senza stancarci, facendoli sentire accolti, a casa, nella comunità ecclesiale, dove non è grande chi comanda, ma chi serve (cfr Lc 22,26). Mai sgridare. Così, cari diaconi, nella mitezza, maturerà la vostra vocazione di ministri della carità. Dopo l’Apostolo Paolo e il centurione, nelle letture odierne c’è un terzo servo, quello che viene guarito da Gesù. Nel racconto si dice che al suo padrone era molto caro e che era malato, ma non si sa quale fosse la sua grave malattia (v. 2). In qualche modo, possiamo anche noi riconoscerci in quel servo. Ciascuno di noi è molto caro a Dio, amato e scelto da lui, ed è chiamato a servire, ma ha anzitutto bisogno di essere guarito interiormente. Per essere abili al servizio, ci occorre la salute del cuore: un cuore risanato da Dio, che si senta perdonato e non sia né chiuso né duro. Ci farà bene pregare con fiducia ogni giorno per questo, chiedere di essere guariti da Gesù, di assomigliare a Lui, che “non ci chiama più servi, ma amici” (cfr Gv 15,15).  Cari diaconi, potete domandare ogni giorno questa grazia nella preghiera, in una preghiera dove presentare le fatiche, gli imprevisti, le stanchezze e le speranze: una preghiera vera, che porti la vita al Signore e il Signore nella vita. E quando servite alla mensa eucaristica, lì troverete la presenza di Gesù, che si dona a voi, perché voi vi doniate agli altri. Così, disponibili nella vita, miti di cuore e in costante dialogo con Gesù, non avrete paura di essere servitori di Cristo, di incontrare e accarezzare la carne del Signore nei poveri di oggi.

I diaconi di Roma a servizio dei poveri

Una ventina di diaconi permanenti della diocesi del Papa hanno iniziato a collaborare con il vescovo Elemosiniere: accolgono e aiutano i senzatetto, preparano e distribuiscono i pasti nelle stazioni della capitale. È un ritorno alla tradizione della prima comunità cristiana

andrea tornielli

Città del Vaticano

«Non è conveniente che noi lasciamo la Parola di Dio per servire alle mense. Pertanto, fratelli, cercate di trovare fra di voi sette uomini, dei quali si abbia buona testimonianza, pieni di Spirito e di sapienza, ai quali daremo questo incarico». Con queste parole riportate negli Atti degli Apostoli, ai primordi della comunità cristiana, i dodici istituirono la figura dei diaconi. E nella diocesi del Papa, il quale domenica 29 maggio celebrerà il Giubileo dei diaconi, questo ruolo viene oggi recuperato pienamente, coinvolgendo alcuni diaconi permanenti che si impegnano a servire i poveri, accogliendoli, preparando per loro i pasti e distribuendoli la sera nelle stazioni ferroviarie.  

Da quando l’Elemosiniere, il vescovo Konrad Krajewski, per volere di Papa Francesco, ha inaugurato molte iniziative in favore dei senzatetto nella città di Roma e nei dintorni di San Pietro – le docce sotto il colonnato, i servizi medici e la barberia – il numero di poveri che quotidianamente bussano alla porta dell’Elemosineria è aumentato. «Arrivano qui quaranta, cinquanta persone al giorno in cerca di aiuto, per presentare al Papa i loro bisogni e le loro difficoltà. Non mi è possibile incontrarli tutti. E così mi vengono in aiuto alcuni diaconi permanenti della diocesi di Roma». Il diaconato, com’è noto, è il primo grado dell’ordine sacro, finalizzato poi al sacerdozio. Ma dal Concilio Vaticano II in poi la Chiesa cattolica ha cominciato a ordinare dei diaconi permanenti, solitamente uomini sposati, che non diventeranno preti. Al diacono è delegata la lettura del Vangelo durante la messa e può celebrare alcuni sacramenti, come il battesimo. Ma alle origini, l’istituzione del diaconato era proprio finalizzata al servizio e alla carità.  

Così ogni giorno monsignor Krajewski mette a disposizione un piccolo salottino della sua abitazione, di fronte all’Elemosineria Apostolica, per ricevere i poveri. I diaconi romani che si alternano li accolgono, dialogano con loro per tutto il tempo necessario, li indirizzano a seconda dei loro bisogni e delle loro difficoltà: c’è chi ha necessità di essere curato, chi ha bisogno degli occhiali, chi di vestiti, chi di un aiuto per tornare in patria. Molti dei diaconi sono professionisti che svolgono il loro lavoro in vari settori: sono in grado di aiutare con competenza e anche di capire se si trovano di fronte a una persona realmente bisognosa oppure a qualcuno che finge.  

Un’altra squadra di diaconi permanenti lavora nella preparazione e nella distribuzione dei pasti ai poveri e ai senzatetto di Roma. È stata ripristinata una cucina nella chiesa rettoria di Santa Maria Immacolata all’Esquilino, dove durante alcuni pomeriggi della settimana si lavora per preparare la minestra o il risotto che sarà distribuito alla stazione Ostiense, Tiburtina e Termini. «Abbiamo i contenitori termici e prepariamo 250-300 pasti per volta – spiega Krajewski – mettendoci molta cura, come se preparassimo da mangiare per un’ospite importante, anzi come se preparassimo una cena per Gesù», confida a Vatican Insider. I diaconi permanenti oltre che a preparare, distribuiscono, insieme alle guardie svizzere e agli altri volontari. Tutto è pensato per comunicare, a chi riceve, una grande cura e una grande attenzione. Nel furgone usato per distribuire i pasti caldi c’è anche una vera macchinetta del caffè, per offrirlo ai senzatetto a fine cena. 

«C’è una grande dedizione – osserva l’Elemosiniere – sembra di essere ai tempi della prima comunità cristiana, subito dopo la risurrezione di Gesù. Oltre al cibo i diaconi e i volontari regalano un sorriso. È anche questa una liturgia, ciò che il Signore ci offre nella messa, noi dobbiamo moltiplicarlo, come tabernacoli viventi. A ognuno di coloro che distribuiscono i pasti, consiglio sempre di ripetere in cuor loro ad ogni piatto offerto questa litania: “Gesù, per te!”». 

Andrea Ciamprone, romano, sposato, classe 1971, è uno dei diaconi permanenti che collabora a queste iniziative. «L’impressione che ho rispetto a ciò che sto vivendo è questa: il diaconato torna ad essere ciò che è stato anticamente – spiega a Vatican Insider – perché i diaconi andavano là dove non poteva arrivare il vescovo ed erano l’immagine di Cristo servo. Ma c’è di più. Aiutando i poveri, che nel nostro caso sono soprattutto i senzatetto sto scoprendo infatti come avere un cuore “accordato” con Gesù».  

Chi ha paura dei diaconi? “Caso serio” nell’esercizio della autorità e “sintomo” di paralisi nel magistero ecclesiale

di Andrea Grillo

Pubblicato il 28 maggio 2016 nel blog: Come se non

Come ho già tentato di chiarire in diversi post di questo blog, dedicati alla comprensione della “mens” del pontificato di papa Francesco, mi pare che le recenti “aperture papali” sulla esigenza di un approfondimento sul tema del “diaconato femminile”, mettano in luce una “differenza di approccio al magistero” che potrebbe sfuggire alla comune considerazione e sulla quale vorrei richiamare la attenzione. In particolare vorrei sussumere questo “caso” in una casistica più ampia, per la quale il magistero degli ultimi 25 anni, progressivamente, ha assunto un atteggiamento sempre più difensivo, arroccato e diffidente verso ogni possibile novità nell’esercizio della autorità ecclesiale. Così, attraverso un duplice comportamento – che potrebbe apparire quasi contraddittorio – ossia mediante una “inflazione” e insieme una “autonegazione” del magistero, l’esercizio della autorità ha teso a confermare semplicemente se stesso, con stile apologetico e comprensione ottocentesca, progressivamente riducendo l’impatto delle novità del Concilio Vaticano II.

Questo è accaduto sui temi della morale sessuale, della rilevanza della coscienza, del ministro della unzione dei malati, del sacerdozione femminile e…del diaconato.

Come immunizzarsi dal diaconato

Analizziamo rapidamente gli sviluppi degli ulti 20 anni:

  1. a) Nel 1998 papa Giovanni Paolo II fece propria una decisione assunta dalla Congregazione per la Dottrina della Fede – il cui Prefetto era J. Ratzinger – mediante la quale corresse il n. 1591 del CCC, rileggendolo restrittivamente, e soprattutto creando una “categoria ex novo” che permetteva una drastica separazione, all’interno dell’ordine sacro, tra presbiterato e episcopato, da una parte, e diaconato, dall’altra. Il prezzo pagato per questa “operazione difensiva” era la incrinatura dell’unità del ministero ordinato, per difendere episcopato e presbiterato dalla novità diaconale.
  2. b) Nel 2009, recependo una indicazione di Giovanni Paolo II, papa Benedetto, continuando la medesima traiettoria che aveva suggerito come Prefetto 11 anni prima, modificò anche il CjC, ai canoni 1008-1009, integrando il testo in analogia con il catechismo e riducendo drasticamente la comprensione del “diaconato” nella Chiesa latina, escludendone la rappresentanza nelle azioni in nome di Cristo capo, e offrendo una lettura riduttiva delle competenza in rapporto alla liturgia, alla parola e alla carità.

La figura del diacono, che emerge da questa rilettura, è profondamente ridimensionata e separata diremmo per principio dall’esercizio effettivo della autorità ecclesiale. Ma questa operazione, di fatto, mira ad una regresso alla condizione di “gestione della autorità” tipica della Chiesa pre-conciliare. Nella quale l’esercizio della autorità ecclesiale non veniva alterato da “nuove competenze” in capo a soggetti che, pur appartenendo al “clero”, possono oggi essere stabilmente uxorati e, domani, esse stesse “uxores”!

Un ripensamento di fondo

Ora, il dibattito apertosi nelle scorse settimane, intorno alla possibilità di studiare una ammissione delle donne al grado del diaconato, dovrebbe suscitare una riflessione almeno su tre livelli della questione, determinando una reazione a questa “piega nostalgica” assunta dal magistero ecclesiale negli ultimi 20 anni:

  1. a) la comprensione sistematica del ministero diaconale

La soluzione catechistica e canonica predisposta negli ultimi 20 anni potrebbe vantare la pretesa indiscutibile tipica di una “teologia d’autorità”. Se il catechismo e il codice dicono una cosa, chi potrà dire qualcosa di diverso? Ma catechismo e codice non sono al vertice della autorità. La ragione e la fede hanno ancora qualcosa da dire a tale proposito. Ad esempio, possono osservare che un “ministero della parola” – riconosciuto al diacono – difficilmente può essere tenuto al riparo di una “azione in persona Christi (capitis)”. Lo stesso vale anche per la liturgia e per la carità. Chi presiede al culto e chi anima la carità esercita anche un ruolo autorevole e un magistero…proprio nell’essere radicalmente servo. Essere “Cristo capo” e “Cristo servo” non possono non suonare, anche e necessariamente, come sinonimi. Aver tentato non di distinguere, ma di separare definitivamente la conformazione a Cristo capo da quella a Cristo servo è una “svista dogmatica” molto pesante, e alla quale dovremo rimediare. Catechismo e codice sono qui sprovvisti di una base sistematica all’altezza della tradizione. La differenza classica tra “sacerdotium” e “ministerium” sopporta molte traduzioni dottrinali, disciplinari e canoniche diverse, di cui quella oggi vigente è sicuramente tra le meno felici.

  1. b) ordine e matrimonio in simbiosi

Un secondo punto importante, che deriva dalle nuove acquisizioni conciliari, consiste nell’aver “mescolato le carte” nel modo di pensare il rapporto tra ordine e matrimonio. Avevamo una rappresentazione dell’autorità riferita ai celibi e un immaginario della obbedienza riferita alle famiglie. Oggi riconosciamo apertamente una “autorità familiare”, ma facciamo ancora fatica a pensare la “autorità ecclesiale” nel contesto di comunione di una vita familiare. Le famiglie dei diaconi uxorati sono un caso classico di “nuova realtà”, complessa e ricca. Ovviamente, purché si possa ancora pensare che un “diacono uxorato” abbia ancora a che fare con l’esercizio della autorità. La ricostruzione clericale che dal 1998 ha modificato prima il CCC e poi il CjC va esattamente nella direzione opposta. Sembra proprio voler escludere che questa “novità” possano essere interpretate come “autorevoli”.

  1. c) genus diaconale et genus foeminile. Ciò che abbiamo detto viene ulteriormente arricchito dalla ipotesi – sottoposta come eventualità da studiare – di un accesso al diaconato riconosciuto anche alle battezzate. Questo terzo livello della questione, che simbolicamente appare assai rilevante, suppone tuttavia un adeguato lavoro sui primi due livelli, che accompagni e prepari il terzo. Chi mai sarebbe veramente interessato alla promozione della donna al riconoscimento ufficiale di “sacrestana di serie B”? Una discussione seria sul “diaconato femminile” dovrebbe anzitutto rimuovere gli ostacoli ad una comprensione sistematica e ad una lettura “anche non celibataria” del diaconato tout-court.

Deprecabile confusione o meravigliosa complicatezza?

E’ utile ricordare che il MP del 2009, che ha modificato in senso restrittivo la normativa del CJC è motivato dal “bisogno di evitare la confusione”. E’ significativo che la “chiarificazione” sia stata concepita e “assicurata” da una rigida sterzata verso il passato. La confusione sembra poter essere evitata solo “tornando indietro”. Papa Francesco, sembra muoversi secondo un altro avviso. Non si spaventa né della discussione, né della “complicatezza”. E’ la realtà che si presenta con una “complicatezza” che, nelle sue stesse parole, appare non preoccupante o “vitanda”, ma “meravigliosa”!

Un esercizio della autorità nella Chiesa, che non sia contaminato né dalla esperienza matrimoniale (del diaconato permanente uxorato già possibile) né dalla differenza sessuale (di diaconi donne possibili in futuro) non merita proprio di essere concepito solo a condizione di essere esautorato. Il titolo del Motu Proprio  che realizzava nel 2009 questo obiettivo arretramento si intitolava Omnium in mentem. Già allora, ma ancora più oggi, possiamo riconoscere nel titolo del documento quella tipica sovrabbondanza di retorica ecclesiastica, che attribuisce temerariamente a tutti la “intenzione” e il “timore” di pochissimi. E che confonde la autoreferenzialità ecclesiale con la fedeltà alla tradizione. In una Chiesa in cui l’esercizio della “vera autorità” sia mantenuto soltanto nel piccolo e corto circuito della esperienza di “maschi celibi”, nessuna “amoris laetitia” può essere presa veramente sul serio. La riforma del CCC e del CJC degli ultimi 20 anni è la vera causa della indifferenza con cui diversi ambienti clericali snobbano Amoris Laetitia. Questa indifferenza deve essere superata, perché è il segno di una grave paura ecclesiale e di una paralisi nell’esercizio della autorità. Riconoscere la autorità delle famiglie e delle donne è l’unica via per restare fedeli alla tradizione, rinunciando ad ogni ipotesi di trasformare la Chiesa in un museo a numero chiuso.

Un discernimento di nuovo possibile

Nel documento della Commissione Teologica Internazionale del 2002 si chiudeva la lunga e profonda trattazione dedicata al “diaconato” con una valutazione della ordinazione delle donne al diaconato che così suonava: “spetterà al ministero di discernimento che il Signore ha stabilito nella sua Chiesa pronunciarsi con autorità sulla questione”. I provvedimenti che hanno preceduto e seguito questa affermazione hanno teso, piuttosto, ad “escludere ogni discernimento”, superandolo mediante un ridimensionamento “originario” della comprensione del diaconato, quasi espungendolo dallo stesso “ordine sacro”.

Credo che non sia casuale che papa Francesco, che ha appena reintrodotto nel sacramento del matrimonio una “logica di discernimento” per affrontare le questioni della vita familiare, possa ricorrere domani alla stessa logica per arricchire la esperienza ministeriale della Chiesa cattolica. Il discernimento, però, non sarà semplicemente una “strategia di inclusione”, ma anche una mediazione preziosa e paziente per valorizzare la “differenza” di un ministero ordinato non solo “attribuito ad una donna”, ma che “può essere caratterizzato da uomini e donne sposati” e che arricchisce la esperienza comune del ministero episcopale e presbiterale.

Abbiamo bisogno di discernimento, in altri termini, per pensare sistematicamente il “terzo grado” del ministero, per renderlo compatibile con il matrimonio e per riferirlo ad un soggetto femminile. Dopo un magistero che ha preferito superare ogni possibile discernimento esercitando l’autorità anche contro ogni evidenza – barricandosi catechisticamente e canonisticamente nell’unica evidenza sopportabile, ossia quella autoreferenziale – una stagione di esercizio dell’autorità nel discernimento può permettere alla Chiesa di superare quella rigidità che spesso nasce dalla paura e dal pregiudizio.

Famiglie e donne saranno la cura di questa malattia del diaconato che non è mortale, anche se è maschile.